CONTEXTUS in blog Prospettive La proposta di un percorso di formazione per lavorare con la migrazione e la diversità

La proposta di un percorso di formazione per lavorare con la migrazione e la diversità

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 Intervista di CONTEXTUS a Natale Losi 
 Direttore della scuola Etno-Sistemico-Narrativa   

 

In cosa consiste l'approccio etno-sistemico-narrativo nell'offerta formativa che state lanciando in Italia?

L'approccio della scuola si chiama etno-sistemico-narrativo perchè utilizza i termini che indicano le tre principali radici teoriche di riferimento: l'etnopsichiatria, la lettura sistemica dei fenomeni sociali, psicologici e relazionali che costituiscono la vita delle persone e quella narrativa, per sottolineare l'importanza della narrazione delle storie individuali nel produrre disagio o benessere nel corso della vita delle persone. 

Vediamo in modo più preciso in cosa consistono queste tre radici: per quanto riguarda l'etnopsichiatria, negli ultimi 15 anni circa, anche in Italia c'è stato un interesse notevole nei confronti dello sviluppo di un approccio che, da un punto di vista clinico, essenzialmente è nato in Francia, soprattutto attraverso il lavoro di Tobie Nathan. La lettura che ne è stata data nel nostro paese credo sia prevalentemente caratterizzata da quello che definirei come una sorta di pensiero "magico". Degli scritti e degli interventi clinici di Tobie Nathan infatti, nell'assenza di un'analisi sufficientemente approfondita del suo discorso, sono stati  presi in considerazione quasi esclusivamente due aspetti: il primo è quello relativo al  dispositivo terapeutico che Nathan ha inventato, il secondo è quello relativo alle prescrizioni che, talvolta, assomigliano a quelle  utilizzate dai guaritori tradizionali e dagli sciamani in Africa o in altri paesi dove la presenza di queste figure è importante e significativa.  Questa lettura un po' superficiale dell'etnopsichiatria giustificherebbe anche il suo presunto limite, ovvero che si tratti di pratiche estremamente interessanti, ma realizzabili solo dal suo "iniziatore", spesso considerato come una sorta di mago. Credo inoltre non vi sia stata sufficiente considerazione del contesto (francese) in cui è nata questa versione dell'etnopsichiatria. Contesto dominato dalla psicoanalisi e in particolare della psicoanalisi Lacaniana, con una scarsissima influenza del pensiero sistemico.  E' proprio quì che si innesta la componente sistemica, e quindi etno-sistemica dell'approccio che la mia Scuola propone. Questa componente consente una lettura sistemica sia del dispositivo terapeutico, sia delle prescrizioni. Nel nostro approccio teniamo conto del sistema di relazioni di cui il paziente è parte e verso il quale la prescrizione interviene, provocando - quando funziona - degli effetti che possono apparire "magici", ma derivano da una logica  estremamente razionale. Attraverso una sola prescrizione, in molti casi è possibile infatti  far sì che i sintomi per i quali il paziente si è rivolto al terapeuta, spariscano.  Per entrare  nello specifico, quando parlo di dispositivo, mi riferisco al setting etnopsichiatrico ideato da Tobie Nathan nel quale è presente un terapeuta, un numero indefinito di co-terapeuti, a seconda di ciò che consente la situazione e, sempre per quanto possibile, da un mediatore culturale, il quale dovrebbe far parte dello stesso gruppo o etnia dal quale proviene il paziente e conoscere approfonditamente la cultura, le tradizioni di cui il paziente è parte. Nell'assenza di questa possibilità il mediatore, che più correttamente dovrebbe essere chiamato interprete,  deve almeno conoscere la lingua.

La difficoltà di realizzare e sostenere un dispositivo così complesso è stato uno dei motivi che ha condotto alla fine dell'esperienza del Centro Deveraux, dall'altro canto ci sono anche ragioni legate ad una forte reazione critica sui punti di vista di Nathan  da parte del mondo accademico e clinico francese. Molte di queste critiche e riserve sono spiegabili come reazioni  all'insistenza di Nathan nel sostenere, a volte con intenti che io ritengo possano essere stati anche provocatori, che gli immigrati (in particolare di origine africana), devono essere strettamente curati attraverso gli strumenti offerti dalle loro culture tradizionali. Per esempio attraverso la costruzione di feticci o l'utilizzo di oggetti terapeutici che la visione occidentale definisce genericamente "magici". Ciò che l'approccio Etno Sistemico Narrativo recupera all'interno di questa esperienza è una lettura di carattere sistemico relazionale. In altri termini, si tratta del tentativo di dare una risposta al sintomo, che interpretiamo come un "testo, una narrazione al di fuori di un contesto". La terapia è un processo di ricostruzione, anche narrativa, di un contesto che consenta al paziente di esprimersi, per significare le cose che prima riusciva a significare solo attraverso il sintomo, in altro modo,  con altri linguaggi: non più attraverso la sofferenza ma attraverso una narrazione che superi il sintomo. Che gli consenta di "parlare al mondo" in altro modo.

Ci è sembrato importante cercare di tradurre questi punti di vista in un discorso più compiuto, quello proposto dalla scuola che abbiamo fondato. Un discorso specifico  nuovo,  oggi appena iniziato, che quindi in modo dinamico e dialogico deve essere corroborato, rafforzato e coltivato attraverso l'esperienza. Abbiamo  ritenuto che il modo migliore per sviluppare questo percorso fosse quello della costituzione di una scuola di psicoterapia  che fosse riconosciuta ufficialmente attraverso le specifiche procedure che nel nostro paese sono richieste e necessarie per potersi definire "scuola riconosciuta". Siamo riusciti a farlo e possiamo adesso sperare di costruire un percorso di lungo termine che consenta a psicologi, medici, e anche a chi opera già come psicoterapeuta, di seguire un iter formativo quadriennale capace di fornire tutti gli strumenti indispensabili per operare attraverso i criteri che ho sinteticamente descritto.

I corsi quadriennali comincieranno alla fine  del 2011 mentre già a partire dal prossimo anno verranno attivati due corsi propedeutici della durata di 12 mesi a Roma e Genova, puoi darci qualche elemento in più circa la natura di questa proposta.  Quali sono i suoi obiettivi, a chi è rivolta?

Inizierei sottolineando chi possono essere i partecipanti, anche tenendo conto dell'esperienza che abbiamo già iniziato, e stiamo quasi concludendo, con il primo corso realizzato nel 2010. Gli iscritti provengono da formazioni e da esperienze di lavoro estremamente differenziate. Ci sono  psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, ma ci sono anche persone che lavorano nel mondo dello spettacolo, della scrittura, dell'antropologia, della mediazione culturale, dell'insegnamento. Sono persone di età estremamente diverse e questo ha costituito una significativa occasione di arricchimento nello sviluppo del percorso formativo. A detta di tutti, nonostante il prevalere delle logiche degli ordini corporativi delle professioni, le scuole di psicoterapia, da quando hanno chiuso le loro iscrizioni limitandole ai soli psicologi o medici si sono molto impoverite.  Questa idea di realizzare il corso propedeutico consente invece, anche ai giovani psicologi o medici, che vorranno poi iscriversi alla scuola quadriennale, di arricchirsi e di confrontarsi con  persone che vengono da altre esperienze e altri tipi di formazione.  Chi continuerà con il corso quadriennale deve essere per legge o psicologo o medico, tuttavia la possibilità di frequentare la scuola verrà aperta anche a persone con altra provenienza accademica. Non potremo naturalmente dare loro il titolo di psicoterapeuta, ma, in questi casi, rilasceremo un attestato di frequenza.  Per quanto riguarda i contenuti e la metodologia, il corso propedeutico approfondisce gli elementi teorici dell'approccio etno-sistemico-narrativo, e li confronta, discute e arricchisce anche attraverso la realizzazione di seminari con docenti esterni e quindi portatori di altre idee e prospettive. Questa modalità consente agli studenti di fare paragoni, di confrontarsi, di comprendere meglio quali siano i termini del dibattito in corso. Oltre agli elementi di carattere teorico sono previste  molte attività di carattere laboratoriale, di discussione e supervisione di casi, alcuni dei quali possono essere proposti dagli stessi studenti. Ci saranno poi alcuni moduli aperti alla partecipazione di esterni cioè a persone che non frequentano tutto il corso. Da quest'anno, per facilitare  l'accessibilità e la possibilità di partecipazione da tutta la penisola, il corso propedeutico verrà avviato anche a Genova. Alcuni moduli saranno realizzati congiuntamente dai corsisti della sede di Genova e di Roma. In particolare il primo modulo, che a differenza degli altri durerà  tre giorni, con modalità residenziale, vedrà la partecipazione di tutti gli iscritti. Questo modulo di avvio è costruito in termini estremamente attivi e coinvolgenti. E' il primo incontro con il punto di vista etno-sistemico-narrativo, e deve consentire, nella pratica, attraverso laboratori attivi, di sperimentare e di riflettere  su come i singoli partecipanti, vivono in prima persona l'esperienza del rapporto con l'altro, con il diverso, con lo sconosciuto. Questo primo modulo l'anno passato è stato realizzato in Umbria a Città di Castello. Per questa nuova annualità non abbiamo ancora deciso il luogo che verrà scelto in relazione al numero di partecipanti rispettivamente nelle due sedi.

La scuola realizza le sue attività con la Fondazione Intercultural International, ci puoi spiegare questa dimensione "internazionale" della scuola e della sua offerta formativa?

La scuola si è organizzata per  facilitare e rendere possibile  per gli studenti lo sviluppo delle parti di tirocinio del percorso formativo anche in contesti e programmi internazionali. Disponiamo  di un significativo network internazionale di riferimento e per realizzare questa specifica opportunità abbiamo sviluppato e stiamo sviluppando accordi con organismi internazionali che lavorano in ambito umanitario.  Insieme ad Intercultural International Foundation abbiamo la possibilità di partecipare a progetti e programmi di azione sul campo che possono essere realizzati sia nel nostro paese, sia all'estero.

Quali capacità sono necessarie per lavorare con i migranti e come l'offerta formativa della scuola intende modellarsi su queste esigenze?

La scuola cerca di riflettere con i corsisti su un'idea del migrante come soggetto della modernità. A differenza di quanto mi sembra caratterizzare il modo di lavorare di molti operatori, il migrante non è considerato come un "poveretto" da assistere, così come non è un pericoloso "clandestino/terrorista". Questi, estremizzando schematicamente, sono i due poli che caratterizzano le narrazioni dominanti sui migranti in Italia e altrove. Da un lato cioè ci sono "i buoni", e in questo polo potremmo identificare gli operatori, i progressisti, la chiesa, che stabiliscono un rapporto con la questione migrante pensando ai migranti come "poveretti" da assistere e da accogliere; sull'altro versante ci sono "i cattivi", identificabili in soggetti come la lega, la destra, i reazionari che li individuano come soggetti pericolosi per l'ordine pubblico, in competizione sui posti di lavoro, portatori di pericoli per quanto riguarda l'intrusione di lingue, pensieri e religioni incompatibili con le caratteristiche della nostra cultura "atavica" pura, incontaminata. La Scuola ha un primo grande obiettivo, quello di decostruire queste due ideologie, cominciando  a proporre agli studenti, attraverso esempi concreti, l'idea che i migranti siano portatori di culture, portatori di storie e spesso sono soggetti che hanno risorse ed energie particolarmente vive e stimolanti con la loro peculiare capacità di muoversi e di "nuotare" nella complessità del nuovo mondo in cui sono arrivati.

Un secondo obiettivo è quello di  fornire strumenti che consentano di capire e di interagire con queste persone e con le loro storie, realizzando così processi di aiuto e di supporto appropriati.

Va sottolineato che se l'elaborazione del pensiero etno-sistemico-narrativo parte essenzialmente dall'esperienza fatta con persone migranti, con rifugiati, con persone che appartengono ad altre culture, è la stessa esperienza che ci ha consentito di trovare e inventare strumenti di lavoro adatti non solo a questi gruppi ma assolutamente utilizzabili anche  nel lavoro con persone che migranti non sono. In altre parole questo approccio risponde alla modernità perchè è consapevole di essere parte di  una società "creola", non  più strutturata su una monocultura "atavica", ma caratterizzata dall'essere "composita" e dinamica. Pertanto, per vivere, ha bisogno di realizzare che le proprie radici non sono più monolitiche e uniche, ma plurime e "a rizoma". In questa prospettiva la collana che la scuola ha iniziato ad avviare con l'editore Borla si chiama "radici e labirinti" per sottolineare questi due elementi che caratterizzano le società moderne, le società creole del mondo globale.

Quali sono i costi dei corsi propedeutici che stanno per partire?

Il costo del corso propedeutico è di 1400 euro e può essere rateizzato. Per ognuna delle due sedi, a Roma e Genova, potremo accettare l'iscrizione fino a 30 persone.

 

Per maggiorni informazioni visita il sito della scuola

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