Rifugiato

(Art. 1 Convenzione di Ginevra; Art. 2, lett. a) e e) e Artt. 7,8 D. Lgs n.251/07)

Il rifugiato è una persona che ha un timore fondato di essere perseguitata, nel proprio Paese di origine o, se non ha una cittadinanza, di residenza abituale, per motivi:

  • di razza (ad esempio, per il colore della pelle o per la appartenenza a un gruppo etnico, a una tribù/comunità o a una minoranza);
  • di religione (ad esempio, per il fatto di professare o di non professare una determinata religione o di appartenere ad un determinato gruppo religioso);
  • di nazionalità (ad esempio, per la sua appartenenza ad una minoranza etnica o linguistica);
  • di appartenenza ad un gruppo sociale (gruppo di persone che condividono una caratteristica comune o che sono percepite come un gruppo dalla società in base, ad esempio, a sesso, genere, orientamento sessuale, famiglia, cultura, educazione, professione);
  • di opinione politica (ad esempio, per le opinioni politiche, per le attività politiche, per le opinioni politiche attribuite, per l’obiezione di coscienza);

e non vuole o non può ricevere protezione e tutela dallo Stato di origine o dallo Stato in cui abbia risieduto abitualmente.

Per persecuzione si intendono, ad esempio, le minacce alla vita, la tortura, le ingiuste privazioni della libertà personale, le violazioni gravi dei diritti umani.
Per essere riconosciuti rifugiati, non è indispensabile essere già stati effettivamente vittime di persecuzioni: può essere riconosciuto rifugiato anche chi abbia fondati motivi per temere che, in caso di rimpatrio, si troverebbe esposto ad un serio rischio di persecuzione.

La definizione di rifugiato si trova nell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status di rifugiato, secondo la quale è rifugiato colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

In generale, le difficoltà economiche, anche se reali e in alcuni casi molto gravi, non costituiscono motivi per il riconoscimento dello status di rifugiato.

Occorre tuttavia andare oltre la descrizione del rifugiato che emerge dalle norme di legge per cogliere tutta la drammaticità esistenziale e la complessità delle implicazioni culturali che tale condizione comporta. In particolare, occorre valorizzare la prospettiva seguita dall’antropologia culturale, che si misura con i contesti della vita quotidiana e che indaga le dimensioni soggettive e il vissuto dell’esperienza sociale e culturale degli individui (cfr. M. van Aken, Introduzione a Rifugio Milano. Vie di fuga e vita quotidiana dei richiedenti asilo, Roma, Carta, 2008).

Queste prospettive consentono così di far emergere le realtà politiche e culturali da cui i richiedenti protezione internazionale provengono e i differenti contesti nei quali si trovano a vivere: le reti di accoglienza e di sostegno, oppure le situazioni di marginalizzazione e degrado in cui sono costretti a vivere. Appare inoltre la loro dipendenza dalla discrezionalità delle istituzioni e dal sistema di controlli e identificazioni cui sono costantemente sottoposti. La condizione di dipendenza e fragilità del richiedente protezione internazionale è tanto più accentuata, quanto più la precarietà della sua situazione comporta la difficoltà di mantenere i suoi tradizionali legami comunitari. La normativa internazionale e nazionale costruisce una rappresentazione del richiedente protezione internazionale che, fissandolo nello stereotipo della vittima o di colui che mente sulla propria situazione per ottenere l’”ambito status” di rifugiato, finisce in realtà per occultare, da un lato, la specifica drammaticità della condizione da cui proviene e per ignorare, dall’altro, la ricchezza culturale che può portare nella nuova realtà che dovrebbe accoglierlo e integrarlo.

La consapevolezza di questi aspetti dovrebbe pertanto consentire di superare il formalismo delle disposizioni di legge per introdurre un sistema di diritti che consenta una reale tutela e valorizzazione della specifica alterità del richiedente protezione internazionale e del rifugiato.

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