Bisogno umano

Il concetto di bisogno umano ha una pluralità di significati in relazione ai diversi contesti – economico, sociale, politico, culturale - cui può riferirsi. In generale poi qualsiasi riflessione in materia di benessere e di sofferenza umana richiama infatti, implicitamente o esplicitamente, una qualche nozione di bisogno umano nonché di natura umana.

Prescindendo qui dall’approfondimento delle numerose e complesse prospettive a partire dalle quali si potrebbe affrontare il tema dei bisogni degli individui, è importante evidenziare come, nel senso comune, il concetto di bisogno indichi una condizione di carenza e di necessità: esso rimanda infatti a una condizione che deve essere superata per conseguire il pieno sviluppo delle potenzialità dell’individuo e dunque a un’istanza che deve essere corrisposta.

In questo contesto appare però evidente come il concetto di bisogno debba essere assunto in una prospettiva storica e non in relazione ad una natura umana considerata come qualcosa di immutato o di immutabile.

Se consideriamo il concetto di bisogno in rapporto alla condizione del richiedente protezione internazionale, esso significa, in primo luogo, la necessità di superare la situazione che ha determinato la richiesta d’asilo: la necessità di sfuggire alle persecuzioni o al timore delle persecuzioni “per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per  le … opinioni politiche” (art. 1 della Convenzione relativa allo status dei rifugiati, 28 luglio 1951).

A queste situazioni che possono aver determinato la condizione di richiedente protezione internazionale, occorre aggiungere una situazione di emergenza economica che può essere stata tale da rendere impossibile una condizione di sopravvivenza.

In secondo luogo, il bisogno del richiedente protezione internazionale va considerato in relazione alla sua condizione di attesa della decisione di accoglimento o meno della sua richiesta. In questi momenti della sua condizione esistenziale il suo bisogno corrisponde, come riconociuto dalla normativa italiana, ad un insieme di esigenze: l’esigenza della tutela della sua salute (riconosciuta dall’art. 5.2 del Decreto Legislativo 30 maggio 2005, n. 140); l’esigenza di un adeguato supporto psicologico (riconosciuto dall’art. 8.2 del Decreto legislativo 30 maggio 2005); l’esigenza di ricevere assistenza legale (art. 9.4. del Decreto Legislativo 30 maggio 2005); l’esigenza dell’informazione (riconosciuta come un diritto dall’art. 21 del Decreto Legislativo, 19 novembre 2007, n. 251).

Specifiche esigenze connotano poi i bisogni dei minori non accompagnati (art. 28.2 del DL 19 novembre 2007, n. 251, che stabilisce, tra le altre misure, che il minore non sia separato dai suoi fratelli, eventualmente presenti sul territorio nazionale, e che ne siano limitati al minimo gli spostamenti; l’art. 19.1 del DL 28 gennaio 2005, n. 25 stabilisce che al minore non accompagnato si “fornita la necessaria assistenza per la presentazione della domanda”).

Ma il richiamo a tali bisogni “primari” o “fondamentali”, per quanto prioritario, non esaurisce la riflessione in materia di bisogni del richiedente protezione internazionale, che sicuramente comprendono anche il bisogno del riconoscimento e del rispetto della sua identità culturale: si tratta di un’esigenza particolarmente significativa cui non corrisponde alcun riconoscimento da parte dell’attuale normativa italiana in materia di asilo.

In terzo luogo, qualora la situazione del richiedente protezione internazionale sia considerata tale da consentire la concessione dello status di rifugiato, si impone la necessità di soddisfare il bisogno che corrisponde alla sua nuova posizione, ossia la necessità di assicurarne l’integrazione nella comunità nazionale di accoglienza. In questa fase il suo bisogno dominante è il superamento della situazione di estraneità e la creazione delle condizioni che gli assicurino l’appartenenza economica, sociale, politica, culturale alla comunità che dovrebbe accoglierlo.

Queste considerazioni sono particolarmente rilevanti se si analizzano le difficoltà che le società occidentali frappongono all’integrazione dei  rifugiati e, più in generale, dei migranti che vengono abitualmente considerati come forza-lavoro, ma dei quali non vengono considerati i diritti culturali al riconoscimento e al rispetto di un’alterità non riconducibile al sistema dei valori occidentali.

Il problema dell’integrazione è infatti quello dell’”appartenenza” ad una comunità nazionale, che si basa sul criterio della cittadinanza, ossia della nazionalità che, nelle società dei paesi occidentali, è ancora purtroppo interpretata in senso etnico. Al concetto di nazione è infatti ancora attribuito un significato che ne evidenzia le connotazioni di tipo etnico rendendo difficile l’integrazione degli “stranieri”, rifugiati, migranti ecc. La ragione di queste difficoltà consiste nel fatto che nella storia occidentale non è avvenuta la separazione di Stato ed etnia.

Così l’immigrazione, come ha scritto recentemente Sayad, rappresenta un “fatto sociale totale” che non deve essere analizzato solo in termini economici, bensì attraverso il concorso di molteplici discipline: la storia, la geografia, la demografia, l’economia, il diritto, la sociologia, la psicologia, l’antropologia, la linguistica, le scienze politiche (A. Sayad, L’immigrazione o i paradossi dell’alterità, Ombre corte, Verona 2008, p. 14).

La presenza degli stranieri nelle società occidentali deve essere affrontata sia in una prospettiva diacronica, ossia comprendendo la cause dell’immigrazione, sia in una prospettiva sincronica, ossia analizzando le strutture della società di accoglienza. In questa prospettiva si può cercare di comprendere i molteplici aspetti della realtà dell’”altro” e si possono tentare di realizzare le condizioni, normative e istituzionali, per garantirne l’integrazione nella nuova società nella quale si trova a vivere e la più efficace risposta ai loro bisogni e ai loro diritti.  

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