Focus su... Sfruttamento e tratta Tratta e migrazione clandestina

Tratta e migrazione clandestina

La tratta è dunque un reato strettamente connesso alla mobilità, in particolare quando questa avviene con l’ausilio di canali illegali, che, si presume, pongono il/la migrante in una posizione di vulnerabilità da un punto di vista lavorativo. Ma ciò che, da una prospettiva giuridica, distingue la tratta o trafficking in human beings dall’immigrazione clandestina o smuggling in human beings (di cui le Nazioni Unite hanno fornito una definizione in un Protocollo separato – Protocol against Smuggling), è l’elemento di coercizione insito nel concetto di tratta, intesa come migrazione forzata, contro cioè la volontà del migrante, o comunque indotta con l’inganno. L’altro elemento che completa la definizione giuridica di tratta è lo scopo dello sfruttamento o riduzione in schiavitù già insito nell’atto migratorio indotto dal “trafficante”.

Molti sono gli studiosi delle migrazioni che vedono in questa differenziazione tra una migrazione volontaria (seppur clandestina) ed una migrazione involontaria o forzata una caratterizzazione del fenomeno migratorio poco corrispondente alla realtà degli attuali movimenti migratori. È infatti stato notato che si può avere sfruttamento e riduzione in schiavitù in situazioni di ingresso perfettamente legale all’interno di un paese. Si pensi al modo in cui molti governi importano infermieri qualificati da paesi in via di sviluppo e a come essi vengono trattati come mano d’opera a basso costo, dal momento che non viene loro riconosciuta la qualifica, da poter licenziare, e dunque rispedire alla clandestinità, al momento della scadenza del contratto; ma si pensi anche al destino di tanti lavoratori domestici e badanti che entrano in Italia con un permesso di soggiorno per motivi di lavoro per poi finire prigionieri dei capricci del datore di lavoro, il quale decide le condizioni lavorative, e dal quale, in base all’attuale legge italiana, il/la migrante non può affrancarsi se non alla scadenza del contratto, attualmente dopo due anni di lavoro con lo stesso datore di lavoro. D’altro canto, il reato di smuggling, o la sola migrazione clandestina, viene giuridicamente considerato meno grave, poiché si presuppone che il/la migrante clandestino/a non è soggetto/a al rischio di sfruttamento grave e riduzione in schiavitù, dal momento in cui, a differenza della vittima di tratta, colui o colei che utilizza scientemente canali illegali al fine di emigrare non rimane vincolato/a a tali canali o reti al momento di arrivo al paese di destinazione. Ma, anche qui, questa spiegazione è stata criticata come rappresentazione sin troppo semplicistica dei processi migratori e di come funzionano nella realtà i mercati del lavoro globali. È infatti vero che i migranti clandestini, sia quando essi entrano come clandestini che quando, come è più spesso il caso, lo diventano per via delle leggi che incombono sul loro status e, potremmo dire, sulla loro vita, rimangono aperti ad ogni possibilità di sfruttamento e riduzione in schiavitù in ogni settore lavorativo. Fino a prova contraria, nessuno può stabilire se i migranti sottoposti a condizioni simili alla schiavitù che vennero fuori dal dossier pubblicato da Fabrizio Gatti sul sistema del caporalato nell’agricoltura pugliese erano migranti clandestini o vittime di tratta. Quello che si sa per certo è che lo sfruttamento e le violenze  (inclusa la violenza sessuale) a cui erano sottoposti i lavoratori immigrati non originava dalla testa criminale di un avido trafficante straniero, ma da italianissimi datori di lavoro sin troppo liberi di agire secondo leggi primordiali di supremazia e dominio di fronte a coloro che la legge per prima non riconosce, non dico come cittadini, ma come persone.

 

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