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Schiavitù e i suoi opposti

Il diritto internazionale non ha prodotto sino ad oggi una definizione chiara e univoca della schiavitù. Tuttavia le leggi internazionali che condannano la schiavitù hanno acquisito lo status di jus cogens, vale a dire di una sorta di legge costituzionale. Secondo la Convenzione di Ginevra del 1926 firmata dalla Società delle Nazioni (l’attuale ONU), per schiavitù si intende “lo status o condizione di una persona sulla quale ciascuno o tutti i poteri legati al diritto di proprietà vengono esercitati”. In proporzione all’importanza conferita al reato di schiavitù, le Nazioni Unite hanno progressivamente ampliato la definizione della stessa attraverso l’introduzione del concetto di “pratiche simili alla schiavitù”. Dall’idea dello schiavo come res o instrumentum vocale, dunque, si arriva, nel 1956, alla Convenzione sull’abolizione della schiavitù, del commercio di schiavi e di istituzioni e pratiche simili alla schiavitù, tra cui si annovera il debito (o debt-bondage), quando il lavoro di una persona viene usato come compenso per un debito contratto ma il debito non viene mai estinto per la continua svalutazione del lavoro e dei servizi; la servitù legata alla terra (storicamente conosciuta come “servitù della gleba”); il matrimonio forzato e il lavoro minorile.

Sia essa intesa in opposizione al lavoro libero salariato o in opposizione allo status di cittadino libero, la schiavitù come concetto denota una serie potenzialmente infinita di opposizioni binarie, che la politologa inglese Laura Brace identifica come segue: cittadinanza, civilizzazione, libertà, autonomia, non-dominio, volontà razionale e morale, corpo non violato, contratto, lavoro libero, reciprocità, consenso, proprietà nella persona, mercato, sovranità dei mariti, commercio legittimo, emancipazione, proprietà della terra, disciplina impersonale (non esercitata sulla persona) e lavoro salariato, tutti da intendersi come opposti della schiavitù.

Ma una simile impostazione suggerisce, se non altro, che il concetto di schiavitù è indissolubilmente legato ad una “politica della schiavitù” a sua volta ancorata ad una concezione liberal-democratica dello Stato prodotta dalle moderne teorie sul contratto sociale. Le teorie liberiste di contratto sociale istituiscono il concetto di “proprietà della persona”, alla cui base c’è l’idea che ciascun diritto è “diritto di proprietà” e che la proprietà consiste in diritti e interessi dei proprietari, piuttosto che in relazioni di potere ed esclusioni (Brace, 2004). La logica conseguenza di questa impostazione è che l’opposto di “essere proprietario della propria persona” è necessariamente “essere oggetto di proprietà di un’altra persona”. Cioè, o si è soggetti o si è oggetti, non essendoci alcuna possibilità di via di mezzo tra questi opposti. Si tratta cioè di opposizioni binarie fisse. Pensare alla proprietà come “possesso di cose”, piuttosto che come “relazioni di potere”, è una follia, come sostenuto da Hilary Beckles (1996). Secondo la teorica Carole Pateman, la peculiarità del contratto sociale è data dal fatto che esso consiste in uno scambio tra chi ottiene obbedienza e chi ottiene protezione (si pensi alla famosa guerra di tutti contro tutti paventata da Hobbes nello stato di natura), laddove però chi conferisce protezione ha il diritto di stabilire come deve comportarsi la parte che deve obbedire, in modo da soddisfare la sua parte di negoziato. C’è qui un elemento di coercizione che viene camuffato dentro il concetto di contratto, il quale in altre parole, ha la parvenza di scambio tra pari, ma in realtà non è altro che esercizio di potere di un soggetto sopra un altro. Il contratto sociale, visto in questa luce, non è altro che dominio, schiavitù. Ma, poiché la subordinazione civile trae origine dal contratto, essa viene presentata come una “storia di libertà” (Pateman, 1985). Sebbene in molta parte del movimento abolizionista del ‘700 si era radicalizzato un concetto di libertà legato ad un universalismo dell’idea di umanità e di giustizia, tale da concepire tutti gli esseri umani come moralmente uguali ed aventi diritto a non essere schiavi, l’idea di schiavitù che si comincia a fare strada a partire dalla fine del ‘700 è sempre più de-politicizzata e sempre più “moralizzata”, in modo tale che la schiavitù come concetto rimanda ad un sentimento di colpa di fronte ad una realtà che continua ad essere formata da individui diseguali. Così Charles Mills definisce il contratto contemporaneo una sorta di “astrazione idealizzante”, la quale ignora il genere e la razza e le caratteristiche concrete dell’oppressione sociale (Mills, 2007).

Insita nel concetto di schiavitù come concetto non politico, ma morale, c’è una separazione (morale appunto) tra individui le cui libertà vengono riconosciute e gli individui la cui libertà rimane precaria, facile da perdere, e che per questo continuano a vivere in uno stato di incertezza, disperazione e violenza. Lo schiavo è dunque la “vittima autentica”, visibilmente dolorante, il prodotto della politica razziale coloniale.

Nell’idea contemporanea di “nuove schiavitù” continua a persistere questa concezione morale della schiavitù, legata ad un sentimento di “compassione” di fronte allo spettacolo della sofferenza, piuttosto che ad un’analisi dei rapporti di forza che costituiscono l’attuale economia capitalistica globale e delle cause degli odierni movimenti migratori.

Sino ad oggi, questo approccio emotivo verso la schiavitù per opposti binari ha prodotto un’industria umanitaristica fatta dal volontariato nazionale e internazionale, la quale industria funziona secondo le tecniche del mercato, vendendo storie di schiavi e vittime di altro tipo per ottenere fondi e finanziare progetti che non cambiano i rapporti di forza esistenti, ma li riproducono. Bisognerebbe invece abbandonare questa eredità del concetto di schiavitù come colpa, vittimizzazione e impotenza per riportarlo invece, come suggerisce Brace, ad una politica impegnata di trasformazione che può fronteggiare i rapporti impari di forza lasciati intatti anche quando la schiavitù cessa come istituto sociale.

 

 

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