Focus su... Sfruttamento e tratta Vittime di tratta, rifugiati e migrazioni di ritorno

Vittime di tratta, rifugiati e migrazioni di ritorno

I rifugiati e le vittime di tratta costituiscono due particolari categorie di soggetti beneficiari di programmi di ritorno volontario e assistito. Ambedue i gruppi rientrano in ciò che viene normalmente riferita come migrazione “forzata” e, per loro, la questione del ritorno deve essere considerata nell’ambito delle leggi nazionali e internazionali riguardanti il rischio di incorrere a persecuzione e/o severa violazione dei diritti umani se restituiti ai loro paesi di origine (Bhabha e Alfirev, 2009). D’altro canto, i rifugiati e le vittime di tratta sono due categorie che, storicamente, sono state rappresentate in modo diverso in termini di genere, etnia, sessualità, status familiare ed età. Ad esempio, i rifugiati e i richiedenti asilo sono stati storicamente trattati come soggetti la cui vulnerabilità consiste nella mancanza di protezione da parte dei loro stati nazionali. Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 un rifugiato è una persona che, “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

Ma, in un contesto internazionale sempre più ostile verso l’immigrazione, i rifugiati sono stati sottoposti ad una considerevole de-politicizzazione e, come hanno notato molti studiosi sul tema, sono stati sempre più rappresentati come individui “traumatizzati”, bisognosi di assistenza socio-psicologica, la quale sembra aver avuto priorità rispetto al sostegno economico-sociale, ad esempio in materia di alloggio e lavoro (Pupavac, 2002). Nonostante ciò, i rifugiati sono considerati come persone con legami familiari e con appartenenza ad una determinata comunità. Di conseguenza, le politiche sui rifugiati prendono in considerazione questi legami; ad esempio, le leggi sul ricongiungimento familiare vengono normalmente applicate a questo gruppo e, per quanto riguarda la decisione di ritornare nel proprio paese di origine, la ricerca ha mostrato che tale decisione viene presa all’interno del contesto familiare e della comunità (Koser et al, 2004).

D’altro canto. Le vittime di tratta sono rappresentate pubblicamente come donne sessualmente abusate e sfruttate – il vocabolario ricorrente usato per loro è “schiave sessuali” – e/o i cui rapporti con le loro comunità e famiglie di origine sono assenti oppure colpiti da una qualche disfunzione (es. comunità oppressive verso le donne, famiglie con padri assenti o che abusano sessualmente dei figli, genitori che vendono i propri bambini, ecc.). Per le vittime di tratta le leggi sul ricongiungimento familiare non vengono normalmente applicate, anche quando esse si avvalgono delle leggi di protezione per le vittime di tratta (come ad esempio l’articolo 18 della legge sull’immigrazione). Le vittime di tratta sono quasi universalmente viste come soggetti traumatizzati, ma il loro trauma è in qualche modo diverso rispetto a quello del rifugiato, poiché esso non è legato a conflitti o disastri che colpiscono un gruppo etnico o nazionale, ma consiste in un danno personale inflitto da attori non-statali (es. gruppi o individui criminali).

Le decisioni di ritorno volontario e assistito (RVA) per questa categoria di immigrati non vengono prese nel contesto della comunità e/o famiglia, ma all’interno del funzionamento del sistema di protezione operativo nel Paese ospitante, che implica l’azione intrecciata di diversi attori, quali operatori sociali, psicologi, organizzazioni non governative, associazioni religiose, ecc.

I sistemi di protezione nazionale per le vittime di tratta sono stati stabiliti in molti paesi firmatari del Protocollo di Palermo 2000, mentre la protezione internazionale dei rifugiati ha la sua base giuridica nella Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato e nel conseguente Protocollo  di New York che stabilisce il principio di non-respingimento (non-refoulement), che vieta cioè ad uno Stato di espellere o restituire un rifugiato in territori dove la sua vita e libertà saranno in serio pericolo. Questi sistemi di protezione vengono di solito applicati separatamente per i due gruppi; tuttavia, dal momento in cui il Protocollo di Palermo preserva “i diritti, gli obblighi e le responsabilità degli Stati e degli individui in base alla legge internazionale […], in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo status dei rifugiati e il principio di non-allontanamento” (Art 14, comma 1), questi due sistemi di protezione possono funzionare insieme, ed invero è da molti auspicato che essi possano riferirsi l’un con l’altro.

 

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